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Kyoto: il controllo globale
Il protocollo cerca le soluzioni ai cambiamenti climatici

Il protocollo di Kyoto è il primo grande tentativo di governo mondiale dell’ambiente.
Nel 1992, a Rio de Janeiro, i Paesi partecipanti al Summit della Terra firmarono l’U.N.F.C.C.C. (United Nations Framework Convention on Climate Change), ovvero la Convenzione Quadro delle Nazioni Unite sui Cambiamenti Climatici, testimoniando così il loro impegno etico a stabilizzare e ridurre la concentrazione dei gas serra nell’atmosfera. Il trattato non stabilisce scadenze, ma istituisce le C.O.P. (Conference Of the Parties), incontri annuali volti a fare il punto della situazione e trovare linee comuni su cui costruire una legislazione internazionale.
Nel dicembre del 1997, durante la terza Cop, viene stipulato il protocollo di Kyoto, che ha come obiettivo la riduzione su scala mondiale delle emissioni di gas serra.
L’approvazione del protocollo ha una storia travagliata, al momento vi aderiscono 169 Stati, tra i quali figurano tutti i Paesi industrializzati del Mondo, fatta eccezione per l’Australia e gli Stati Uniti.
Alla Cop di Kyoto il vicepresidente americano Al Gore si dimostrò soddisfatto della definizione del protocollo. L’America però non firmò la ratifica, né durante gli ultimi anni del mandato di Bill Clinton, né con la salita al potere di George Bush. Il quale sostenne che il protocollo avrebbe danneggiato seriamente l’economia del Paese e nel 2001 lo dichiara “morto”.
La risposta dell’Unione Europea a tale presa di posizione non si fece attendere. Iniziò una campagna di sensibilizzazione all’importanza del trattato, che nel 2005 entrò in vigore, grazie alla ratifica di 55 Paesi (tra cui Canada, Giappone e Russia).
La riduzione dei gas serra emessi richiesta dal protocollo di Kyoto è del 5,2% sulla media globale entro il 2012. Per ogni Paese il protocollo stabilisce un obiettivo tenendo conto della situazione economica e politica. Per questo ad alcuni Stati non è richiesta alcuna diminuzione o addirittura è concesso un aumento delle emissioni.
L’impegno dell’Unione Europea è una riduzione collettiva dell’8%. Tra i Paesi dell’UE gli obiettivi sono differenziati: l’Italia ha come obiettivo la riduzione del 6,5% , l’Inghilterra del 12,5% e la Germania addirittura del 21%. Ma come abbiamo detto ci sono alcuni Stati che per il bisogno di sviluppo economico possono aumentare le loro emissioni: ad esempio la Spagna può incrementare del 15% le sue emissioni, la Grecia del 25% e il Portogallo del 27%. Le percentuali sono calcolate su dati riguardanti le emissioni del 1997.

L’industria č una delle principali fonti di emissioni di anidride carbonica

Due sono le vie maestre che si possono percorrere per perseguire l’obiettivo assegnato: da una parte ci sono le azioni che ogni Governo può attuare all’interno del proprio Paese, dall’altra ci sono alcuni meccanismi aggiuntivi.
La prima via è la migliore, ma anche la più difficile. Propone di aumentare l’efficienza energetica dei Paesi (riducendo gli sprechi), di fare un maggiore uso di energia prodotta da fonti rinnovabili (come il sole e il vento), di razionalizzare i trasporti (treni e navi sono meno inquinanti dei camion) e di adottare nuove tecniche per un’agricoltura più sostenibile.
I meccanismi aggiuntivi, invece, propongono la realizzazione in comune tra più Stati di nuove infrastrutture in zone di confine (per ovviare all’eventuale mancanza di disponibilità finanziarie) oppure di costruire nuove centrali pulite in Paesi in via di sviluppo o ancora di aumentare le superfici forestali.
Il meccanismo più controverso individuato nel protocollo di Kyoto è quello dello scambio di emissioni. Le quantità di gas serra non immesse nell’aria e quindi risparmiate hanno un valore. Se un Paese riesce a superare il suo obiettivo, riducendo ulteriormente la quantità di gas emessi, potrà mettere in vendita le emissioni risparmiate. I Paesi che non saranno riusciti a raggiungere il proprio obiettivo entro il 2012 potranno comprare le quote sufficienti per raggiungerlo. Questo meccanismo è stato rinominato “il commercio dell’aria calda”, a sottolineare che dovrebbe essere l’ultima spiaggia per i Paesi che nonostante l’impegno per raggiungere la propria soglia di riduzione stabilita, non ce l’abbiano fatta. Il pericolo che sia un buon terreno su cui lasciar scorrere l’inerzia dell’industria, restia ai cambiamenti, non è trascurabile.
Nel febbraio del 2007 l’Unione Europea ha lanciato un appello per trovare un accordo mondiale che possa succedere al protocollo di Kyoto alla sua scadenza del 2012.
Uno degli appuntamenti più importanti sarà il G8 che si terrà nel 2008 in Giappone. Alla sua vigilia avverrà un incontro tra le Accademie scientifiche nazionali degli otto grandi Paesi (Francia, Germania, Italia, Giappone, Inghilterra, Russia, Canada e Stati Uniti), più quelle di India, Cina, Brasile, Messico e Sud Africa.
Il compito degli scienziati sarà quello di fornire contributi e suggerimenti operativi all’alta politica, soprattutto in merito alle problematiche dei cambiamenti climatici e della sanità globale.
I temi sui quali si discuterà sono quindi le limitazioni delle emissioni di gas serra, l’uso delle fonti di energia pulita, l’educazione al risparmio energetico, ma anche le minacce alla salute delle popolazioni più povere, le collaborazioni internazionali per la ricerca medica e l’estensione dei risultati a tutta la popolazione mondiale.
Il contributo delle autorità scientifiche mondiali alle decisioni politiche su questi temi è destinato a protrarsi nel tempo. Per il G8 che nel 2009 si terrà nella capitale italiana l’incontro delle tredici Accademie sarà ospitato dall’Accademia dei Lincei di Roma.

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